Libero
Sono mesi ormai che mi trovo qui in questa cella buia, poca luce tiepida passa attraverso le sbarre. Non mi ricordo neanche perché mi hanno rinchiuso qui. Cammino tutto il giorno avanti e indietro da un muro all'altro. La cella è stretta, quasi una gabbia.
Metto la testa tra le sbarre, cerco di vedere gli altri rinchiusi di fianco a me nelle altre gabbie, ma non ci riesco. Una volta al giorno arriva un uomo, mi urla di stare fermo, getta del cibo sul pavimento, io mangio affamato tutto ciò che mi porta ma poi la sete mi costringe a bere l'unica acqua che ho a disposizione, quella di un gabinetto alla turca nell'angolo destro della cella.
La solitudine mi uccide piano, ogni secondo, ogni ora, è una lenta agonia. Il tempo scivola lento in questo posto, cerco rifugio tra i miei pensieri per non impazzire. Con ansia aspetto la visita di qualche topo o scarafaggio da inseguire lungo il muro, fino a vederlo intrappolato a tremare in un angolo, con in mente la certezza della morte. Allora a quel punto mi getto su di lui e provo piacere e sollievo nel provocare dolore, nel vedere finalmente la sofferenza di qualcun altro.
Adesso è notte ma il sonno è una cosa difficile da raggiungere, il giorno e la notte non hanno più senso qui, dormire o stare svegli non significa più niente ma forse se riuscissi ad addormentarmi almeno smetterei di pensare, mi illuderei di non essere qui rinchiuso, crederei di poter ancora respirare senza sentire la puzza orribile di questo posto. Non ho scelta, devo andarmene a qui. Devo solo aspettare il momento giusto.
È mattina, sono sdraiato in un angolo sul freddo pavimento umido, finalmente un'altra notte è passata. Si sentono dei rumori dalle altre celle, forse sta arrivando qualcuno, deve essere la guardia con il cibo, sento i suoi passi e il suo odore di sigaretta avvicinarsi. Eccolo al di là delle sbarre, cerca la chiave della mia cella tra le altre del mazzo. I miei nervi sono tesi, resto fermo nell'angolo buio, resto fermo e aspetto. La guardia apre piano la porta e fa un passo dentro per buttarmi la roba da mangiare, io mi spingo con tutta la mia forza sulle gambe e salto verso di lui.
Un attimo dopo i miei denti sono dentro il suo morbido collo, sento il sapore del sangue caldo nella mia bocca e le urla disperate di quel bastardo nelle mie orecchie. La mia preda cerca di liberarsi ma ormai non ha più scampo ed ora, seduto sopra di lui, mi prendo la sua vita in cambio di tutto il tempo che mi ha rubato.
Adesso però devo scappare. Corro lungo il corridoio, gli altri mi guardano stupiti e felici, mi dispiace ma non posso fare niente per loro, devo lasciarli qui in questo buco fetido a soffrire anche per me. Continuo a correre senza neanche sapere dove sto andando, mi perdo in un labirinto di celle e corridoi. Esiste una maledetta uscita da questa prigione?
All'improvviso vedo degli uomini davanti a me. Guardie, come quella morta sul pavimento della mia cella, solo che queste sono un po' diverse, hanno dei fucili e li stanno puntando contro di me. Mi volto subito, con il cuore in gola e il fiato corto cerco di scappare nella direzione da cui sono venuto, ma purtroppo non faccio in tempo a sfuggire alle loro pallottole. Sento dei colpi fortissimi dietro di me e poi dei dolori tremendi nella schiena e nel fianco. Cado a terra svenuto.
Sono sdraiato sul pavimento del corridoio, c'è del sangue intorno a me e degli uomini dall'alto mi guardano e ridono, mi insultano e si prendono gioco della mia sofferenza, pensano di avermi fermato per sempre. Io non li ascolto e mi chiedo solo perché? Perché mi fanno questo? Allora finalmente capisco, mi hanno rinchiuso perché ero troppo libero.
Li guardo e li lascio ridere ancora, poi chiudo gli occhi. Rimanete pure qui voi, io mi riprendo la mia libertà.

2 Commenti:
bello, condivido il pensiero ma il brutto è che tante volte sei rinchiuso da te stesso, e sei tu stesso la gabbia.
tyler
In quel caso bisogna azzannarsi al collo da soli.
Scrivi un commento
<< Non Siamo Tutti Uguali