venerdì, aprile 22, 2005

Ray (6)

Si svegliò di colpo. Il sogno era finito. La schiena sudava e il cuore impazziva, ma nient'altro. Niente sangue, paura e urla. Niente più buio.
La luce entrava sottile da una fessura della persiana, passava attraverso i vetri e le tende bianche e rimaneva ferma, col suo continuo movimento, sullo specchio contro il muro. Il resto della stanza era illuminato del lieve riflesso di quella fessura, dall'amplificazione della sua immagine.
Si era abituato ormai a quei sogni. Pochi secondi dopo essersi svegliato, già non aveva più paura e tutto tornava alla normalità. La paura vera l'aveva quando doveva andare a letto, non quando si svegliava.
Si alzò e guardò l'orologio: un'altra giornata era cominciata in quel modo.
Il tempo di andare in bagno e il caffè era pronto. Quell'odore forte si spingeva per tutta la casa, in ogni stanza e dava un senso, un'ora, un significato a quella mattina. La caffeina non aiutò la sua mente a svegliarsi, non l'aveva mai fatto del resto.
Per non pensare, lesse tutte le scritte sulla confezione dei biscotti mentre beveva quel caffè così amaro, lo zucchero era finito. Si studiò tutti gli ingredienti e si stupì di tutte le meravigliose doti e qualità che quei biscotti, che fino ad allora lui aveva considerato normali e neanche troppo buoni, potevano avere. Si alzò dalla sedia, prese la tazzina e la mise nel lavandino, i biscotti rimasero sul tavolo.
Andò in bagno, si guardò allo specchio, gli occhi rossi, decise di non farsi la barba, tanto non l'avrebbe notato nessuno. Giurò che il giorno dopo se la sarebbe fatta. Si lavò i denti e con attenzione rimase a fissare per un po' di secondi il sangue mischiato alla saliva e al dentifricio che aveva sputato sul fondo del lavandino. Si guardò i denti nello specchio e vide che il sangue gli usciva da sopra un canino. Si sciacquò la bocca.
Tornò in camera. La fessura di luce si era spostata e ora colpiva lo specchio un po' più vicino alla base. Ma la penombra era sempre la stessa. In un angolo c'era lei. Troppo bella, immobile, pura per essere vera, troppo felice per essere lì veramente, troppo poco vera, però, per essere lei. Lui si avvicinò al comodino e prese in mano la sua fotografia e rise. Poi iniziò a vestirsi, piangendo.